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Kamikaze in azione

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In una città martoriata, vittima della violenza interconfessionale, abituata agli scontri quotidiani delle milizie lungo quel che rimane delle proprie strade, due esplosioni quasi simultanee non dovrebbero far notizia. Anzi, è facile ascoltare più volte nel corso di una singola giornata numerose deflagrazioni provenire da più parti: dallo Chouf i drusi sparano colpi di mortaio contro la Corniche ed i palazzi del governo in cui i ministri sono ormai asserragliati come nei bunker; da est risponde l'artiglieria maronita, che batte anche i settori occidentali in cui Amal e sunniti si guardano abitualmente con sospetto. A volte anche dal mare, dove una flotta straniera staziona da tempo, pare arrivare qualche colpo di cannone o qualche missile diretto verso le montagne. Per Beirut, abituarsi al frastuono delle esplosioni è stato semplice, in otto anni di sanguinosa guerra civile. Ma domenica 23 ottobre 1983 c'è qualcosa di diverso, in quei due scoppi potentissimi che avvengono a br...

Fuga per la vita

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Casette ad uno o due pian colorate, prati ben curati, una ferrovia in disuso. Uno scenario tipico della campagna polacca, dove l'enorme pianura dell'Europa orientale sembra perdersi nell'immensità degli spazi punteggiati da villaggi agricoli e qualche opificio. I binari ferroviari si scorgono appena, arrugginiti nel tempo ed ormai sovrastati dalla vegetazione, erbacce cresciute in oltre vent'anni di abbandono: l'ultimo convoglio è passato nel 1999, prima della soppressione della linea. Il cartello della vecchia stazione è ancora in piedi, un segnale a fondo bianco con grosse lettere squadrate nere, ed annuncia ancora oggi un sito il cui nome è stato per un diciannove lunghissimi mesi sinonimo di terrore, sofferenza, crudeltà, morte. Quel nome è Sobibor . Dove oggi sorge un anonimo villaggio polacco, circondato da foreste e da scavi archeologici, un tempo vi era uno dei più temuti campi di sterminio nazisti. Il lager di Sobibor, costruito nel tardo inverno del 1942 e...

Un sasso in un bicchiere

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“Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è caduta sulla tovaglia. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri il sasso era grande come una montagna e sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi” . Con poche frasi Dino Buzzati riassunse dalle colonne del “Corsera” dell’ 11 ottobre 1963 un fatto di cronaca sconvolgente, una mostruosità che aveva lasciato attonito un Paese interrompendo per un attimo il sogno del boom economico, della rincorsa al benessere, della crescita post bellica. Perché non si poteva morire solo di malattia o per incidenti stradali, nell’Italia del 1963. Si poteva morire, in maniera assurda, anche per un disastro annunciato. La tragedia del Vajont entrò nell’immaginario collettivo come simbolo di un Paese che cresceva forse troppo in fretta, sottovalutando i pericoli derivanti da un improprio sfruttamento delle risorse naturali. La diga, quella meravigliosa diga indistruttibile che doveva portare ben...

Disgrazia al porto

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Una deflagrazione assordante, potente, devastante. Vetrate e finestre che vanno in frantumi, intonaci che cadono, l'onda d'urto che si spande nella città. Una caldaia esplosa? Impossibile. Un incidente ferroviario? Si sarebbe udito il clangore delle lamiere. Una bomba? No, non ci sono aerei in cielo e non si vedono crateri in giro. Quell'esplosione arriva dal mare, anzi dal porto, dove una grande nave sta colando a picco. La mattina del 27 settembre 1915 la città di Brindisi si sveglia nel panico per accorgersi dopo che il fumo dell'esplosione si è finalmente diradato che una tragedia si è compiuta tra i bastimenti ancorati in rada. A saltare in aria è stata la "Benedetto Brin" , corazzata pluricalibro ancorata nel porto medio, vicino alla spiaggia di Marimist. Era passata da poco l'ora di colazione quando la grande nave è stata scossa da una esplosione titanica, una colonna di fuoco che da poppa aveva scagliato verso l'alto e poi in mare la torre ...

La Méhari verde

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Gli eroi sono silenziosi. Gli eroi sorridono, ma spesso in maniera timida. Gli eroi non urlano: parlano, di solito a bassa voce. Gli eroi veri non hanno abiti sgargianti ma vestono in maniera piuttosto semplice. Gli eroi non guidano auto sportive o mezzi indistruttibili, accontentandosi di vetture modeste, pratiche, a volte persino eccentriche nella loro praticità. Come ad esempio una Citroën Méhari , magari di un colore particolare, verde. Era quella l'auto utilizzata da Giancarlo Siani per spostarsi tra Napoli e Torre Annunziata ed è proprio a bordo di quella "spiaggina" che trovò la morte, la sera del 23 settembre 1985 . Chi era Giancarlo Siani? Prima di tutto, era un giornalista . Di quelli precari, senza tutele, anche senza contratto regolare: suonerebbe buffo, se solo non fosse tragico e grottesco, pensare che la situazione lavorativa di Siani rappresentasse già negli anni '80 la realtà della stragrande maggioranza della professione giornalistica odierna. Gianc...

Quel dannato ultimo ponte...

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"Sì signor generale, ho capito. Lei  vuole stendere una sorta di tappeto composto da truppe aviotrasportate perché poi le nostre armate meccanizzate possano passarvi sopra e sfondare le linee nemiche. Ho un unico dubbio: il tappeto deve essere composto da soldati vivi o morti?" . La provocatoria domanda del maggior generale Roy Urquhart fa sobbalzare per un istante il serafico volto di Lewis H. Brereton , comandante in capo della 1a Armata Aviotrasportata alleata. L'energico alto ufficiale scozzese, capo di Stato Maggiore dell'Armata e della 1st Airborne, non ha mai avuto troppe remore nell'esplicitare il proprio pensiero ai diretti superiori ed anche stavolta preferisce essere franco. "Quello è un dannato generale capacissimo di essere un ottimo sergente" , dicono di lui i parà inglesi che hanno imparato ad apprezzarne le doti pur non capendo come potesse il comandante della Aviotrasportata rifiutare di imparare come lanciarsi col paracadute. Urquhart n...

"Dov'è Bashir?"

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"Amici, un nuovo Paese nascerà a giorni. Sarà un Libano forte, sicuro, indipendente. Sarò io a garantire tutte queste promesse, come nuovo presidente vi assicuro che..." . La voce forte dell'oratore sul palco è sovrastata da un'esplosione fragorosa che scuote l'edificio, detriti che cadono dal soffitto, una nube di polvere che invade la sala, il pavimento che crolla parzialmente. La platea urla, è un fuggi fuggi generale dalla scena del disastro. Occorrono ore perché si riesca a far luce sull'avvenuto, anche se tutti comprendono immediatamente che la tragedia non sia stata provocata da una accidentale fuga di gas ma da un attentato dinamitardo. Ore in cui si rincorrono voci sempre più confuse sul numero delle vittime ed in cui la domanda che tutti si fanno è una sola: dov'è Bashir? Il Bashir in questione non è una persona qualsiasi, bensì il presidente eletto ma non ancora insediato della Repubblica Libanese. Esponente di una delle famiglie più influenti...