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"Non avranno mai le nostre navi!"

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"Non avranno mai le nostre navi!" : l'ordine, sdegnato e foriero di un profondo senso dell'onore militaresco, che l'ammiraglio Jean de Laborde  riceve e fa rispettare il 27 novembre 1942 è perentorio oltre che immediatamente comunicato a tutta la base navale di Tolone. Non un vascello francese deve cadere in mano nemica, meglio rinunciare a ciò che resta della quarta Marina militare al mondo piuttosto che consegnare la flotta agli invasori tedeschi. E' un giorno triste per la Francia, già lacerata dalla divisione tra gollisti e revanscisti di Vichy . E' il giorno in cui l'ultimo emblema della potenza militare transalpina muore in maniera tragica, tra lacrime e fuliggine. E' il giorno dell'autoaffondamento. L' Operazione Anton varata dalla Wehrmacht per l'occupazione della Francia meridionale era in corso ormai da settimane. Dopo lo sbarco alleato in Nordafrica e la blanda resistenza francese, favorita tanto dai gollisti d'Algeri q...

La rivoluzione della portaerei

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Tre corazzate semiaffondate , un incrociatore pesante danneggiato, due idrovolanti distrutti, quasi 60 morti e oltre 600 feriti. Non è il bilancio di una qualsiasi battaglia navale in mare aperto ma di un colpo a sorpresa, un attacco notturno che farà storia e scuola oltre ad arrecare un danno notevole alla Regia Marina tanto in termini di materiale quanto in questioni di prestigio. Un risultato clamoroso, ottenuto con risorse abbastanza limitate e contenendo le perdite a due biplani, un paio di morti ed altrettanti prigionieri. Pearl Harbor è ancora lontana ma i suoi semi storici vengono piantati nella notte tra l'11 ed il 12 novembre 1940, a Taranto . Ciò che accade quella notte tra Mar Grande e Mar Piccolo in quella che era una delle basi principali della Regia Marina susciterà scalpore proprio per l'esito in rapporto alle forze in campo. Ma dimostra soprattutto lo spostamento del baricentro della guerra sul mare, con l'importanza capitale che passa dalle navi pesanteme...

Il ratto delle spie

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Un caffè a due passi da un confine nazionale, sbarra bicolore e garitte in legno a sancire la demarcazione tra Stati. Un incontro clandestino per ordire un golpe o addirittura un tentativo di assassinio. Un'automobile che all'improvviso spezza la sbarra confinaria avviando una furibonda ma rapidissima sparatoria che si conclude con il rapimento di due uomini in borghese, l'uccisione di un terzo soggetto ed il precipitoso rientro dei sequestratori. Sembra il resoconto di una scena di un film d'azione hollywoodiano o un passaggio di una sceneggiatura da tramutare in pellicola d'avventura o in un romanzo. Invece è realtà storica. Siamo a Venlo, un villaggio olandese sul confine con la Germania, il 9 novembre 1939 : in quello che dovrebbe essere un tranquillo pomeriggio autunnale di assiste ad un episodio che passerà ai posteri come "il ratto delle spie" . Il Caffè Backus è un anonimo locale pubblico dall'architettura tipica dei Paesi Bassi. Davanti all...

Una nave (e una classe) sfortunata

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Le luci delle fotoelettriche ad illuminare l'acqua scura come la pece , ordini contraddittori che giungono da più parti, il tiro disperato dei rimorchiatori, una folta folla di marinai che assiste a quello che verrà definito come il più grave disastro della Voenno-Morskoj Flot in tempo di pace. Prima che l'alba del 29 ottobre 1955 sorga su Sebastopoli una grande nave ha iniziato ad inabissarsi nel porto chiudendo per sempre un'epoca e archiviando la storia di una classe, la "Conte di Cavour", davvero sfortunata. La nave oggetto dell'affondamento si chiama ufficialmente "Novorossijsk" ma era stata varata oltre quarant'anni prima col nome di "Giulio Cesare" nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente. Seconda unità della sua classe dopo la "Cavour", aveva prestato servizio nella Regia Marina per più di trent'anni, partecipando ai due conflitti mondiali e venendo più volte rimodernata, con un importante intervento di radicale r...

La partita a scacchi del gentleman

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"Don't wait for the translation!" : il tono solitamente pacato e gentile di Adlai Stevenson II , ambasciatore della Casa Bianca all'ONU, risuona acuto e potente nell'aula del Palazzo di Vetro che racchiude le riunioni del Consiglio di Sicurezza, nel pomeriggio del 25 ottobre 1962. "Non aspetti la traduzione!" , ribadisce Stevenson che da quasi mezz'ora sta incalzando il suo omologo sovietico Valerian Zorin : è una tecnica d'attacco, un metodo per mettere all'angolo il delegato di Mosca che capisce bene l'inglese, pur non parlandolo fluentemente, e che porta come molti nella sala l'auricolare connesso alla sala interpreti delle Nazioni Unite. Stevenson ha avuto istruzioni chiare per la gestione di un affare delicatissimo, un confronto senza esclusione di colpi davanti al consesso del mondo intero. La partita a scacchi che si sta giocando è mortale e lo sanno bene tanto Zorin quanto i membri dell'Amministrazione Kennedy che osservan...

Kamikaze in azione

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In una città martoriata, vittima della violenza interconfessionale, abituata agli scontri quotidiani delle milizie lungo quel che rimane delle proprie strade, due esplosioni quasi simultanee non dovrebbero far notizia. Anzi, è facile ascoltare più volte nel corso di una singola giornata numerose deflagrazioni provenire da più parti: dallo Chouf i drusi sparano colpi di mortaio contro la Corniche ed i palazzi del governo in cui i ministri sono ormai asserragliati come nei bunker; da est risponde l'artiglieria maronita, che batte anche i settori occidentali in cui Amal e sunniti si guardano abitualmente con sospetto. A volte anche dal mare, dove una flotta straniera staziona da tempo, pare arrivare qualche colpo di cannone o qualche missile diretto verso le montagne. Per Beirut, abituarsi al frastuono delle esplosioni è stato semplice, in otto anni di sanguinosa guerra civile. Ma domenica 23 ottobre 1983 c'è qualcosa di diverso, in quei due scoppi potentissimi che avvengono a br...

Fuga per la vita

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Casette ad uno o due pian colorate, prati ben curati, una ferrovia in disuso. Uno scenario tipico della campagna polacca, dove l'enorme pianura dell'Europa orientale sembra perdersi nell'immensità degli spazi punteggiati da villaggi agricoli e qualche opificio. I binari ferroviari si scorgono appena, arrugginiti nel tempo ed ormai sovrastati dalla vegetazione, erbacce cresciute in oltre vent'anni di abbandono: l'ultimo convoglio è passato nel 1999, prima della soppressione della linea. Il cartello della vecchia stazione è ancora in piedi, un segnale a fondo bianco con grosse lettere squadrate nere, ed annuncia ancora oggi un sito il cui nome è stato per un diciannove lunghissimi mesi sinonimo di terrore, sofferenza, crudeltà, morte. Quel nome è Sobibor . Dove oggi sorge un anonimo villaggio polacco, circondato da foreste e da scavi archeologici, un tempo vi era uno dei più temuti campi di sterminio nazisti. Il lager di Sobibor, costruito nel tardo inverno del 1942 e...